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di Orazio Zanotto
Un'esperienza umana e religiosa...
Da piccolo ricevetti un'educazione religiosa, per così dire, normale o, almeno, coerente con quei tempi e con gli ambienti rurali dell'immediato dopoguerra. Imparai le orazioni del mattino e della sera da mia mamma Elda, donna umile, laboriosa e profondamente religiosa. Al catechismo provvedeva invece l'anziano parroco di Merlengo (TV) che d'estate, durante le vacanze, raggiungeva in bicicletta il piccolo oratorio campestre di San Rocco, il borgo in cui abitavo: si trattava di sei o sette incontri annuali volti a insegnare a noi, poveri ignorantelli di campagna, i primi rudimenti della fede. Nulla di più.
Io ero il più piccolo di tre fratelli e, devo ammetterlo, anche il più vivace (forse troppo) e con poca voglia di studiare: ero interessato a tutto, fuorché ai libri.
Verso la fine del 1955, a causa delle ristrettezze economiche, mio padre Egidio emigrò in California (USA), dove da circa trent'anni si trovava già suo fratello Giacinto, che gli procurò un posto di lavoro presso una grande segheria del Nord. A casa rimanemmo mia mamma, i miei due fratelli Oreste e Fortunato, io e l'anziana nonna paterna Anna. C'erano anche sei campi di terra da coltivare e una stalla con gli animali da accudire; purtroppo, tutto sulle spalle di mia madre. La nonna, infatti, era claudicante per via di una frattura al femore mai operata e si sosteneva con una stampella ascellare: il suo aiuto era limitato alla cucina.
Al termine della quarta elementare, una famiglia del Cadore – conosciuta dai miei per aver offerto loro ospitalità in tempo di guerra e con la quale si erano mantenuti i rapporti d'amicizia – si propose di ospitarmi per il periodo delle vacanze estive. Forse, generosamente, intendeva alleggerire i gravosi impegni di mia madre. Rimasi così a Candide (BL) per un paio di mesi. Di quel periodo conservo un ricordo grato: venivo trattato come un figlio e l'anziana zia Catina (Caterina) mi voleva un bene dell'anima.
Una decina di giorni prima del mio rientro in famiglia da quelle vacanze, ricevetti una lettera che mi lasciò non poco sconcertato: la mamma aveva deciso di mettermi in collegio! Vi sarei entrato di lì a pochi giorni. Fece una scelta per così dire "unilaterale", senza neppure consultarmi. Tentò successivamente di convincermi della bontà di quell'idea, assicurandomi che mi sarei trovato sicuramente bene, tra tanti amici, in ambienti riscaldati, aiutato e seguito negli studi, e che ogni domenica mi sarebbe venuta a trovare.
Non volendo procurarle un dispiacere, accettai. Nei primi giorni di settembre mi ritrovai così presso il seminario minore dell'Istituto dei Missionari della Consolata di Biadene (TV) a frequentare la classe cosiddetta "preparatoria" - preparava, infatti, agli esami di ammissione alle Medie -, equivalente alla quinta elementare.
Ricordo che il primo impatto con il Padre Direttore fu per me particolarmente angoscioso. Al di là dello stato emotivo in cui mi trovavo – dovuto all'allontanamento da casa, dai miei affetti e dai miei amici – il discorso di "benvenuto" ai nuovi arrivati mi spaventò nel vero senso della parola. Più che parole di incoraggiamento per superare un momento comprensibilmente difficile per dei bambini, il religioso sciorinò una serie di diktat riguardanti la disciplina. Concluse poi con l'invito perentorio, rivolto a chi fosse entrato nell'Istituto senza l'intenzione di farsi missionario, a tornarsene subito in famiglia.
Ovviamente, io non avevo alcuna intenzione di farmi missionario.
Mi tornò in mente allora che un giorno, molto tempo prima, era passato da casa un missionario dalla folta barba nera (p. Olivero) che si era intrattenuto a parlare con mia mamma. In quell'occasione si era rivolto anche a me, chiedendomi se avessi voluto entrare in seminario, ma io non avevo dato il mio assenso e la cosa era finita lì.
Comunque, riferii tutto a mia madre la domenica successiva, quando mi venne a trovare. Rimase molto dispiaciuta e a me, che insistevo per ritornare a casa, rispose risoluta:
«Ricordate, ceo, che se te vien casa, te speta a tera da lavorar, perché no' ghe xe schei da mandarte a studiar!»
(Ricordati, piccolo, che se vieni a casa, ti aspetta la terra da lavorare, perché non ci sono soldi per mandarti a studiare).
Se era vero che non ero tanto interessato ai libri, era altrettanto vero che ero ancor meno interessato al lavoro dei campi, e la cosa mi spaventò.
Ero, sì, un discolo, ma non del tutto irresponsabile, pur avendo appena compiuto 10 anni.
Non tenni la cosa per me e la confidai al nostro Padre Assistente (p. Giuseppe Garniga), una carissima persona. Non mi rimproverò né si meravigliò più di tanto e mi suggerì di rivolgermi al Padre Spirituale (p. Bartolomeo Giorgis), un anziano missionario dal pizzo e capelli bianchi, un sant'uomo.
Egli apprezzò la mia onestà e mi fece un discorso che credo di poter riassumere più o meno così:
"Caro figliolo, a volte la chiamata del Signore si manifesta in forme diverse. Ora sta' tranquillo, sii disciplinato, impegnati nello studio e prega tanto la Consolata perché ti aiuti nel discernimento, e più avanti ne riparleremo". Questo colloquio fu per me una liberazione da tutti i miei scrupoli e paure.
La cosa si protrasse negli anni successivi, fino alla terza media.
La vita all'interno dell'Istituto non fu facile: la disciplina era molto ferrea. Ogni anno, al rientro dalle vacanze (peraltro molto brevi), si riscontravano sempre numerose defezioni. L'orientamento spirituale era spiccatamente mariano, con ritiri mensili ed esercizi spirituali annuali.
I nostri impegni quotidiani erano la preghiera, lo studio ed un momento di lavoro manuale durante il quale dovevamo effettuare le pulizie dei vari locali: cappella, aule, corridoi, camerate, latrine. Tutto rigorosamente carponi, strofinando a mano i pavimenti con segatura bagnata e igienizzata, ripulita poi con scope di saggina.
Non mancavano, tuttavia, tempi di ricreazione e passeggiate settimanali lungo le strade del bosco Montello.
Imparai poi il mestiere di elettricista al seguito di un compagno di qualche classe più avanti di me e, quando questi non fece più rientro dalle vacanze, mi assegnarono la responsabilità delle piccole manutenzioni che eseguivo con vera passione e soddisfazione. Mi occupavo anche delle proiezioni cinematografiche utilizzando un proiettore portatile Micron XXV 16mm della Microtecnica di Torino, non solo all'interno dell'Istituto, ma anche presso le sale parrocchiali dei dintorni.
Avevo acquisito dimestichezza con la macchina fotografica e mi capitava di riprendere alcuni eventi importanti, come, ad esempio, l'imbarco a Venezia di un missionario in partenza per l'Africa. Avevo allora 12 o 13 anni.
Tutti questi interessi, ovviamente, influirono sulla resa scolastica, che non fu mai eccellente, fatta eccezione per l'italiano (due miei temi furono pubblicati nella rivista didattica di allora Gymnasium).
Dopo la terza media decisi di lasciare l'Istituto. Non fu una scelta facile, soprattutto sotto l'aspetto psicologico. Avevo capito che quella non sarebbe stata la mia strada, ma era forte il timore del giudizio della gente.
A quel tempo, chi abbandonava la strada intrapresa verso il sacerdozio era tacciato di tradimento della vocazione e guardato con biasimo e, a volte, anche deriso dai coetanei. Così almeno allora mi sembrò.
L'esperienza del collegio lasciò tracce indelebili nella mia formazione sia umana che spirituale.
Certamente non ero più il discolo di un tempo, ma un adolescente che, pur soggetto alle problematiche tipiche di quell'età, cercava di prendere sempre più consapevolezza delle realtà della vita.
Per quanto riguarda l'aspetto umano, nell'Istituto imparai a sopportare il sacrificio, la disciplina e, a volte, l'umiliazione di qualche ingiustizia.
L'aspetto spirituale, invece, fu molto arricchito dai molteplici momenti devozionali verso la Vergine e di preghiera in genere, che influirono significativamente e positivamente nella transizione alla vita civile.
Il contatto con il mondo esterno, dopo anni di "reclusione", mi creò non poche difficoltà. Mi vedevo indietro un miglio dalla maturità dei miei coetanei: disinibiti e scaltri loro, timido ed insicuro io, soprattutto nelle relazioni con l'altro sesso. Mi ci vollero anni per liberarmi dai miei complessi e portarmi alla pari.
Nel frattempo mio padre rientrò dall'America, ma la famiglia fu colpita da un grave lutto: dopo un paio d'anni di sofferenze per un linfogranuloma, mio fratello Oreste, alla soglia dei diciannove anni, ci lasciò. Fu un evento straziante soprattutto per mia madre. Lo aveva assistito ininterrottamente in ospedale per gli ultimi suoi cinque mesi, senza mai rientrare a casa.
Non mi soffermo a narrare il clima che respirai in famiglia in quel periodo. Percepii, forse erroneamente, la sensazione di essere di peso per i miei, quasi un fallito. Mia madre metteva sempre in evidenza le ottime qualità di Oreste e poco si curava del mio stato d'animo e delle mie difficoltà nell'affrontare la vita.
Fu in questo clima che si insinuò in me l'idea di lasciare nuovamente casa per una nuova esperienza completamente autonoma. Più tardi, infatti, decisi di arruolarmi nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza e, dopo aver inoltrato la relativa domanda per la partecipazione al concorso, fui anche convocato presso la Questura di Treviso per una preliminare visita fisico-attitudinale, che superai. Rimasi poi in attesa della convocazione ministeriale. Qualora fossi stato arruolato per la ferma volontaria di tre anni, era mia intenzione raffermarmi soltanto se fossi riuscito ad entrare nella Specialità della Polizia Stradale.
Continuai comunque a vivere, come si dice, all'ombra del campanile e mi fu di molto aiuto don Angelo Baggio, parroco di Camalò (TV), che aiutavo come proiezionista nel cinematografo parrocchiale.
Feci alcune esperienze lavorative e approdai, agli inizi del 1966, alla nascente fabbrica delle Maglierie Benetton di Ponzano Veneto (TV) come operaio elettricista.
In fabbrica ebbi modo di notare una giovane ragazza, molto carina, dai lunghi capelli nerissimi raccolti a coda di cavallo. Aveva da poco compiuto sedici anni.
Mi colpì la sua laboriosità e la sua serietà. Seppi che era della mia stessa parrocchia e questo mi agevolò nella ricerca di una strategia per avvicinarla. Come me, raggiungeva il posto di lavoro in bicicletta.
Feci sì che, modificando il mio abituale itinerario, un mattino potei raggiungerla e salutarla. Temevo una sua reazione disinteressata, perché ero talmente timido che ero convinto di apparire antipatico alle ragazze. Anna, invece, ricambiò il saluto gentilmente e ciò mi fece trasalire di gioia. Fu la prima ed unica ragazza che non disdegnò di scambiare qualche parola con me in modo informale, sì, ma che mi fece capire che, forse, stava germogliando qualcosa di bello.
Nel mese di settembre di quello stesso anno, durante una gita parrocchiale alla Repubblica di San Marino, ci trovammo nella stessa autocorriera. Mi avvicinai e presi posto accanto a lei.
Ad un certo punto (ancor oggi non so come possa aver avuto così tanto coraggio), le presi la mano e gliela strinsi con delicatezza. Lei non la ritrasse e strinse a sua volta la mia. Incredibile!
E poiché "il paese è piccolo e la gente mormora", la cosa non passò inosservata a qualche membro della comitiva. Temetti soprattutto la reazione del padre di lei, che si trovava anch'egli in corriera. Dopotutto, Anna era una ragazzina ed io avevo da poco compiuto diciannove anni. Forse troppo giovani per innamorarci. Invece tutto filò liscio. Addirittura, al rientro da quella gita, mi aggregai al gruppetto di amiche ed amici suoi, per accompagnarla a casa. Sull'uscio la stava attendendo sua madre. Quando si accorse che, dopo esserci salutati, io mi stavo allontanando, mi invitò subito a trattenermi e ad entrare in casa assieme agli altri. Commentammo la giornata ognuno secondo le proprie emozioni. Se ci fosse stato uno specchio presente, mi sarei sicuramente visto rosso come un peperone! La mamma di Anna mi disse di conoscere molto bene i miei genitori. Io, purtroppo, non potei dire la stessa cosa, perché quella fu la prima occasione nella quale incontrai i genitori di lei. Fui trattato veramente bene e messo a mio agio.
Continuammo ad incontrarci successivamente in varie occasioni.
Mi colpiva la tenerezza di Anna nell'accudire le due sorelline più piccole Vera e Pierangela, soprattutto verso Pierangela di appena tre anni, proprio come una mammina. Conobbi qualche anno dopo anche Susanna, la terza sorella, molto bella anche lei; quando la vidi per la prima volta aveva quattordici anni ed era appena rientrata da un Istituto di Suore di Maria Ausiliatrice di Torino.
Verso la fine del mese di novembre di quello stesso anno, quando tutto sembrava apparire molto bello, forse troppo bello per essere vero, e aver acquisito la giusta serenità, mi fu recapitata la cartolina di convocazione/precetto per l'arruolamento nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza (attuale Polizia di Stato). Nel termine di tre giorni (il 1° dicembre) mi sarei dovuto presentare presso la Scuola Allievi Guardie di P.S. di Caserta per ulteriori esami psicotecnici e attitudinali.
Essendo trascorso tanto tempo dalla visita preliminare presso la Questura di Treviso, ritenni erroneamente di non essere stato ammesso al Corso, tenuto presente anche il fatto che, a quel tempo, i partecipanti al concorso furono particolarmente numerosi, e mi ero messo il cuore in pace e addirittura avevo dimenticato la cosa.
Fu un fulmine a ciel sereno. Che fare? Mio padre mi suggerì di non trascurare l'opportunità: lavoro, stipendio e pensionamento assicurati. Anche una mia zia, che aveva due figli nella Guardia di Finanza, fu dello stesso parere. Ma se non fossi risultato idoneo alle prove, avrei ritrovato il mio posto di lavoro alle Maglierie Benetton?
Ne parlai al Direttore della Fabbrica dottor Aluffi. Fu molto comprensivo con me e mi assicurò che, se le cose non fossero andate per il giusto verso, avrei ritrovato il mio posto di lavoro.
Decisi, quindi, di lasciare la mia famiglia, la giovane Anna ed i miei amici, e partii verso la nuova esperienza.
Ricordo che mio padre mi consegnò una piccola somma di quindicimila lire, con la raccomandazione di non sperperarla. Avevo con me un foglio di viaggio rilasciatomi dalla Questura di Treviso. Quel documento, secondo lui, avrebbe dovuto esonerarmi dal pagamento del biglietto del treno; scoprii, invece, che mi avrebbe consentito soltanto il pagamento a tariffa ridotta. Così arrivai, alle dieci di sera del 30 novembre, all'ingresso della Scuola di Caserta con una valigetta di cartone (non sto scherzando, ma era proprio di cartone, come era normale allora!) in mano e duemila lire in tasca, il resto del pagamento del biglietto del treno.
Come sarei potuto tornare a casa se non avessi superato le prove e fossi stato "scartato"?
Comunque andò tutto bene e, dopo una settimana di visite mediche ed esami, fui ritenuto idoneo e trasferito, con altri sette colleghi, alla Scuola di Trieste, Distaccamento di Duino. Ci furono iniziali problemi di logistica, in quanto fummo, con altri duecento allievi, i primi inquilini di quella struttura.
Le cucine interne erano in corso di allestimento e ci si serviva di una cucina da campo collocata nel cortile di un'autorimessa. La pasta odorava quasi sempre di olio combustibile (nafta). C'era, tuttavia, il vantaggio che le camerate e le aule erano tutte interne: solo l'addestramento formale veniva svolto all'esterno.
Qui mi trovai benissimo e cominciai a sperimentare i benefici della rigida esperienza disciplinare ricevuta nell'Istituto di Biadene (TV). Nulla mi fu di peso.
Vidi i miei colleghi soffrire tremendamente le imposizioni dettate dalla disciplina militare e dalle punizioni che fioccavano per qualsiasi stupidaggine, anche per una risposta ritenuta irrispettosa verso un superiore rappresentato, a volte, da una guardia del corso precedente con funzioni di istruttore.
L'assistenza spirituale era garantita dalle frequenti visite di un cappellano militare (don Luigi Feltrin, originario di Cornuda (TV) ).
Se non fosse stato per la nostalgia di casa e, in particolare, per la giovane Anna, alla quale avevo promesso fedeltà, il resto mi rendeva pienamente soddisfatto.
Avevo fatto mio il motto "Non un passo indietro!"
Per quanto riguardava lo studio, non volli ripetere la modesta esperienza del collegio. Mi impegnai al massimo fin dall'inizio ed i risultati non tardarono ad arrivare, anche mediante piccoli premi trimestrali di quattromila lire, classificandomi sempre primo nel mio plotone.
Terminato il Corso con la nomina a Guardia di Pubblica Sicurezza, raggiunsi, nel mese di settembre del 1967, il VII Reparto Mobile di Senigallia (AN) per la frequenza del Corso Propedeutico alla Specialità della Polizia Stradale. La durata prevista era di un anno.
Qui le attività erano mirate principalmente all'addestramento alla guida di moto e auto per il conseguimento della patente ministeriale, e allo studio del Codice della Strada.
Verso la fine del mese di Febbraio del 1968, arrivò una notizia del tutto inattesa. Il Ministero aveva deciso di inviare presso la Scuola di Specializzazione della Polizia Stradale di Cesena (FO) un contingente di 128 elementi scelti, mediante esami, tra i circa 400 presenti a Senigallia (AN). Si trattava di un corso sperimentale della durata di sei mesi (anziché di un anno).
Ancor oggi non saprei spiegare l'emozione che mi colse allora. Il desiderio di raggiungere Cesena era fortissimo ed il timore di non superare gli esami mi angosciava.
Sostenni, quindi, le prove previste. Mi tormentava l'idea di non aver esposto sufficientemente bene tutto ciò che sapevo e temevo un eventuale esito negativo. Ero rabbuiato e intristito e mi veniva da piangere. Un collega (Francesco Falcone, piemontese di Vogogna), un carissimo amico, se ne accorse e tentò di incoraggiarmi.
Quando uscì l'elenco dei classificati, ed io fui tra questi, mi invase una tale gioia che non mi accorsi di essermi addirittura classificato primo. Forse mi fu sufficiente sapere che di lì a pochi giorni avrei raggiunto la Scuola di Cesena, tutto il resto non mi destò interesse.
Questo episodio mi fu ricordato qualche anno fa dallo stesso Francesco Falcone in occasione di un colloquio telefonico. L'avevo davvero dimenticato!
L'8 marzo di quell'anno facemmo ingresso alla mitica Scuola di Cesena.
Dopo il saluto del Comandante della Scuola Ten. Col. Salvatore Criscione - grande uomo - , ci fu la celebrazione di una Santa Messa. Ebbi l'onore, alla fine di quella celebrazione, di recitare all'ambone la preghiera del nostro Patrono San Michele Arcangelo, quella originale.
Meglio di così non si poteva iniziare!
Quella della Scuola di Cesena fu un'esperienza incredibile.
Mi impegnai con tutta l'anima. Qui imparai anche l'arte fotografica, compreso lo sviluppo e la stampa, una delle mie passioni dopo la motocicletta.
Non so ancor oggi spiegarmi se per merito (c'erano tanti colleghi più in gamba di me), o perché qualche mio superiore ebbe a notare in me tanta passione ed impegno, fui classificato ancora primo del corso e vinsi un orologio d'oro Zenit.
Mi fu proposto di rimanere alla Scuola come Istruttore.
Avevo ottenuto più di quanto desiderato e mi sembrò ingrato un eventuale rifiuto. Venni così inquadrato nella Sezione Speciale. Il mio compito era quello di uscire in pattuglia con gli allievi del corso successivo al mio, per addestramento su strada. Prevalentemente uscivo con il furgone dell'Infortunistica, appositamente attrezzato per i rilievi degli incidenti stradali. Vi prendevano posto anche tre o quattro allievi.
Diciamo che sperimentai la figura di capopattuglia prima ancora di quella di gregario.
Quello di Cesena fu il periodo più bello di tutta la mia vita professionale. Godevo della stima dei miei superiori e mi impegnavo a svolgere con responsabilità e passione ciò che mi veniva comandato.
Ero veramente felice!
Non avendo interessi ad uscire dalla caserma, trascorrevo le giornate di riposo settimanale quasi sempre presso il Gabinetto Fotografico per sviluppare e stampare le fotografie degli incidenti stradali rilevati dalla Sezione Speciale.
Il felice periodo di Cesena fu offuscato da un pessimo episodio, il cui ricordo ancor oggi mi suscita vergogna.
In occasione di una mia visita ai genitori, mio padre, che già aveva sperimentato un periodo di vita militare nell'Arma dei Carabinieri, prima come Corazziere del Re e poi, da richiamato, come Carabiniere a cavallo, mi ammonì severamente circa la mia relazione con Anna.
Si espresse più o meno così:
«Giovane, cosa pensi di fare con quella ragazza? Sta' bene attento, perché il tempo da qui alla possibilità del matrimonio è molto più lungo di quanto ti possa apparire. Ricorda che dovrai aspettare il compimento del ventottesimo anno di età per poterti sposare. Nel frattempo, possono succedere tante cose, come quella di illuderla per qualche anno e poi lasciarla. Se non sei sicuro, lasciala libera ora perché possa decidere diversamente della sua vita. Noi siamo persone perbene e stimate e tu non ti macchiare di questa responsabilità! Pensaci!»
Rimuginai per parecchi giorni questa ipotesi. Tutto sommato mio padre aveva parlato saggiamente.
Ero contento della mia professione. Anna aveva un buon posto di lavoro. L'ipotesi di un mio trasferimento alla Sezione Polizia Stradale di Treviso era oltremodo remota da realizzare, a quel tempo. Difficile, se non impossibile, svolgere servizio nella provincia di origine. Che fare?
Decisi vergognosamente di lasciare Anna con una banale scusa e glielo comunicai per lettera.
Qualche giorno dopo, una domenica mattina, Anna si presentò in caserma accompagnata da mio fratello Fortunato e da mia cognata Graziella. Fu un momento terribile! Nei suoi occhi arrossati e lucidi di lacrime non vidi rancore, né alcun tipo di aggressività, ma soltanto amore misto a delusione, come per chiedere il perché di tanto dolore.
Mi riconobbi misero ed infame. L'abbracciai e quell'abbraccio fu per noi il sigillo di un amore che non si sarebbe mai più infranto.
Rimasi per circa un anno a Cesena e, verso la fine del mese di luglio del 1969, fui trasferito, a domanda, alla Sezione Polizia Stradale di Vicenza, Distaccamento di Schio, a una sessantina di chilometri da casa.
Meglio di niente!
Ebbi così la possibilità di raggiungere Anna un paio di volte al mese, con una piccola Mini Minor Innocenti di seconda mano, acquistata a rate.
Seguirono altri trasferimenti per esigenze di servizio. Finii prima al Distaccamento Autostradale di Rovigo appena aperto e poi feci uno scambio con un collega del Distaccamento di Adria (RO). Da Adria ritornai dopo qualche mese a Schio, ove rimasi fino al mio invio alla Scuola Sottufficiali di Nettuno (Roma). Da lì, dopo un anno di corso e con la qualifica di Vicebrigadiere, raggiunsi la Sezione di Polizia Stradale di Belluno, Sottosezione di Cortina d'Ampezzo.
Nel frattempo maturai l'idea di sposarmi soltanto con rito religioso, non essendo più intenzionato a procrastinare i tempi. Ne parlai al mio parroco che ritenne la cosa possibile e venne fissata la data del matrimonio l'8 settembre 1973, festa della Natività di Maria.
Poiché il Signore non perde mai di vista le sue creature e sa scrutare le rette intenzioni dei cuori, fece sì che, proprio nel mese di giugno di quell'anno, il Ministero promulgasse un decreto che abbassava l'età minima per contrarre matrimonio, da ventotto a ventisei anni!
Il giorno 2 agosto, a un mese dalla data del matrimonio, io compii ventisei anni. C'è chi ritiene tutto ciò una casualità e chi, come me, un intervento della Provvidenza.
Il matrimonio fu celebrato alla data fissata presso la chiesa della nostra parrocchia di Camalò dal parroco don Angelo Baggio. Il pranzo nuziale, invece, fu organizzato presso il ristorante al Castello Superiore di Marostica (VI). Avevo sognato quella location anni addietro, osservando il castello quando facevo servizio a Schio, nel percorrere la strada verso casa.
Andammo ad abitare provvisoriamente nella casa dei genitori di lei, occupando due stanze.
Per il viaggio di nozze scegliemmo come meta Lourdes, che raggiungemmo in ventiquattro ore a bordo della nostra nuova Citroen Dyane 6. Davanti alla Grotta ringraziammo la Vergine per averci sostenuto nel corso dei nostri sette anni di fidanzamento e promettemmo che saremmo ritornati anche l'anno successivo.
Così avvenne ed Anna questa volta si portò a casa, nel grembo, due meravigliosi doni: Vanni e Dania, fratelli gemelli.
Io ottenni il trasferimento dalla sede di Cortina alla Sezione di Belluno e facevo la spola tra Belluno e Camalò almeno una volta alla settimana.
Nel frattempo fu avviata la costruzione della nostra nuova casa e, alla nascita dei gemelli, ottenni anche il trasferimento alla Sezione di Treviso, a otto chilometri da casa.
Meglio di così non si poté sperare!
I genitori e le sorelle di Anna ci furono di grandissimo aiuto.
La nostra vita si stava finalmente normalizzando.
Dopo otto anni, nel 1983, quando già abitavamo nella nuova casa, arrivò anche Damiano, una creatura bellissima. Cosa volere di più?
Nel 1981 ci fu la legge di riforma che demilitarizzò il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, trasformandolo in Polizia di Stato.
Tra i benefici apportati, ci fu quello dell'istituzione della nuova figura dell'Ispettore, collocata tra la carriera dei sottufficiali e quella degli ufficiali.
Ne approfittai e partecipai al primo concorso utile riservato ai marescialli, che superai.
Qui mi rifaccio a quanto riportato nella premessa all'articolo "I - semplici appunti di catechismo... parte prima" del presente mio blog.
Ci fu un momento in cui mi trovai a riflettere sul senso vero della vita.
Avevo ottenuto più di quanto desiderato. Cos'altro avrei potuto ancora pretendere?
Mi venne allora in mente una delle prime domande (e relativa risposta) del Catechismo di San Pio X apprese da fanciullo:
«Per qual fine Dio ci ha creati?»
«Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell'altra in paradiso».
Il mio impegno, le mie scelte di vita e gli obiettivi che avevo perseguito fino a quel momento potevano davvero essere coerenti con il fine per cui Dio mi ha creato?
In prima analisi, poiché l'istinto dell'uomo tende subito all'autogiustificazione, la risposta fu positiva, sebbene con qualche riserva.
Ma era realmente così?
Era il 1984. Mi trovavo presso la bottega del barbiere "Guido", in via G. Ciardi di Treviso, in attesa del mio turno per il taglio dei capelli. Per ingannare il tempo, iniziai a sfogliare un noto settimanale, preso dal tavolino a disposizione dei clienti.
M'imbattei in un curioso articolo che riportava avvenimenti di carattere straordinario che si stavano verificando in un paesino della Jugoslavia, nella Bosnia Erzegovina. Ebbi l'impressione che il cronista stesse riportando la notizia con un pizzico di ironia. Questa ironia mi infastidì un po', perché la documentazione fotografica mostrava un frate francescano attorniato da un gruppetto di ragazzini.
Se da un lato potevo nutrire delle riserve sulla veridicità di quanto asserito dai ragazzini - cioè che essi vedevano la Vergine quotidianamente su una collina nel villaggio di Medjugorje, territorio della provincia di Mostar - , la presenza del sacerdote, invece, mi spinse a considerare la notizia positivamente perché stava a significare che gli avvenimenti erano sotto l'osservazione della Parrocchia.
E se questi avvenimenti fossero veri?
Rimuginai a lungo su questa ipotesi nei giorni successivi.
Mi vennero in mente i racconti delle apparizioni di Lourdes (1858) e di Fatima (1917) che ebbi l'opportunità di leggere al microfono del refettorio, durante la consumazione dei pasti presso l'Istituto di Biadene (TV), qualche decina di anni addietro. Mi chiedevo, allora, quanto fossero stati fortunati gli abitanti di Lourdes e Fatima per le frequenti visite della Vergine in quei luoghi e ne provavo quasi invidia.
Mi pervase, quindi, un fortissimo desiderio di raggiungere Medjugorje, desiderio non so se motivato dalla curiosità o se, più probabilmente, da quella che gli esperti definirebbero come "chiamata".
In ogni caso non volevo assolutamente perdere questa occasione.
Continuai a tenermi informato sugli avvenimenti approfittando di alcuni notiziari che già erano iniziati a circolare sotto forma di ciclostilati distribuiti da privati in vari luoghi, prevalentemente alle porte delle chiese. Si trattava, ovviamente, di comunicati non ufficiali - depositati perlopiù all'insaputa dei parroci -, che riportavano il contenuto dei vari messaggi che Maria, presentandosi con il titolo di Regina della Pace, rilasciava di volta in volta ai giovani veggenti.
Di quelli riportati, un messaggio che mi colpì di più fu quello del 6 agosto 1982, in cui la Madonna disse:
"La confessione mensile sarà una medicina per la Chiesa d’Occidente. Se i fedeli si confesseranno una volta al mese, presto intere regioni potranno essere guarite".
In quel periodo le nostre comunità cristiane stavano già sperimentando una fase di declino dovuto al diffondersi di stili di vita lontani dalla morale tradizionale, all'abbandono dei Sacramenti e alla scarsa affluenza alle Messe festive. Per chi aveva ricevuto una formazione cristiana rigorosa, tutto ciò costituiva motivo di amarezza e di preoccupazione. Io stesso me ne sentivo coinvolto e mi chiedevo se sarebbe mai stato possibile un ritorno ai veri valori cristiani.
Il messaggio d'agosto mi risollevò molto, infondendomi speranza e gioia. In fondo, la Vergine non chiedeva sacrifici estremi, ma invitava semplicemente ad accostarsi al sacramento della Penitenza almeno una volta al mese, promettendo la guarigione spirituale di intere regioni.
Perché no? — mi dissi — Si può fare, non è difficile!
Allora mi soffermai soltanto sull'aspetto formale del rito. In verità, il sacramento della Penitenza è un cammino più complesso: richiede una preparazione accurata (esame di coscienza e apertura del cuore davanti al sacerdote che agisce in Persona Christi), la sincera confessione delle colpe e, soprattutto, la volontà di emendarsi per vivere costantemente in grazia di Dio.
Verso Medjugorje.
La decisione: il viaggio fu organizzato coinvolgendo nell'iniziativa il maestro Angelo Schiavon, da poco andato in pensione e persona molto nota in paese.
Alle ore 4:00 del 5 ottobre 1984, partimmo a bordo della mia piccola utilitaria, una Innocenti Mini 3. Avevamo con noi un po' di viveri per il viaggio e una tenda canadese a due posti.
Superato il confine di Stato a Pesek, proseguimmo verso Fiume e, da lì, lungo la strada costiera — ritenuta più sicura —, raggiungemmo Zara, Sebenico e Spalato, fino alla foce del fiume Neretva. Fiancheggiando il corso d'acqua ci inoltrammo verso l'entroterra, superando Metkovic e Capljina, e intorno alle ore 20:00 di quello stesso giorno giungemmo finalmente a Medjugorje.

5 ottobre 1984. Una breve sosta lungo la costa dalmata, per un caffè fatto con la moka su un fornellino da campeggio
Avendo scelto l'itinerario più sicuro, il viaggio risultò molto lungo ed impegnativo, ma fu anche arricchito da numerose preghiere, riflessioni e domande su cosa avremmo trovato in quel paesino sperduto tra pietraie e bassi cespugli e su quali esperienze avremmo vissuto. Io avevo nel cuore il dolore per una grave tragedia accaduta qualche giorno prima a Varago (TV): lo scontro tra un'autocorriera di linea e un autotreno. Persero la vita sette giovani tra i 13 ed i 22 anni. Intervenimmo sul posto il Comandante Ten. Col. Di Benedetto ed io per sovrintendere ai rituali rilievi e per avviare le prime indagini. La dinamica del sinistro si dimostrò fin da subito molto delicata ai fini dell'attribuzione delle responsabilità, e la sua ricostruzione - della quale mi sarei dovuto poi occupare come responsabile dell' Ufficio Incidenti - avrebbe richiesto estrema precisione e, come sempre, il supporto di prove certe.
Al dolore, quindi, si era aggiunta anche la preoccupazione professionale.
Primo contatto con il Soprannaturale.
"Soprannaturale" può sembrare una parola esagerata; per questo mi limito a descrivere ciò che provai al nostro arrivo.
Entrammo in chiesa mentre era in corso l'Adorazione Eucaristica guidata da padre Slavko Barbaric, un frate francescano del luogo. Le sue invocazioni e riflessioni, profonde e toccanti, si alternavano in varie lingue ai canti liturgici tradizionali, creando un'atmosfera che oserei definire celeste.
La chiesa era gremita. La forte emozione e la stanchezza del viaggio ebbero la meglio sulla mia resistenza, suscitando in me un irrefrenabile bisogno di piangere. Non ricordo quanto durò quel momento; so solo che, inginocchiato all'ultimo banco, con il viso tra le mani e i gomiti appoggiati all'inginocchiatoio, mi ritrovai con le maniche della felpa inzuppate di lacrime. La stessa Vergine che avevo venerato con il titolo di "Consolata" nella cappella dell'Istituto di Biadene (TV) e poi nella mia parrocchia, ora era lì davanti a me, a lato dell'altare su cui troneggiava suo Figlio nell'Eucaristia, rivolta verso l'assemblea e con le braccia aperte, proprio come l'avevo vista nei giornali.
Trascuro volutamente altri dettagli di quei momenti, sia perché molto intimi, sia per l'incapacità di tradurre in parole ciò che provai davvero.
Al termine della celebrazione ci soffermammo a chiacchierare con padre Slavko sul sagrato. Ci chiese da dove venissimo e si interessò a dove avremmo trascorso la notte. Ricordo che mi confrontai con lui sull'improbabilità che un pellegrino potesse fotografare la Madonna durante un'apparizione: trattandosi di un evento spirituale e mistico, ritenevo che non potesse impressionare una pellicola come un normale oggetto materiale. Si trattava, in ogni caso, di un mio parere personale senza alcuna pretesa teorica: a Dio nulla è impossibile.
Allestimmo la tenda quasi al buio, sul lato destro della chiesa, dove all'epoca c'era un prato con dei ciliegi. Durante la notte si abbatté un violento temporale: ci ritrovammo con l'interno del riparo completamente allagato, compresi i sacchi a pelo e gli effetti personali. Riposammo pochissimo, occupati a prosciugare il pavimento con gli asciugamani.

6 ottobre 1984. La piccola utilitaria e la tenda canadese allestita sul lato destro della chiesa, dove oggi ci sono i nuovi confessionali
Ad Jesum per Mariam.
Il mattino seguente tornammo in chiesa per partecipare alla prima Messa, concelebrata dai frati nella cappellina a destra del presbiterio, nello stesso luogo in cui avvenivano le apparizioni serali. A quella ne seguì un'altra, concelebrata da due sacerdoti italiani e con la partecipazione di un piccolo gruppo di connazionali.
Il piccolo religioso che presiedeva il rito, un uomo dall'aspetto umile e dall'accento spiccatamente meridionale, tenne una breve omelia commentando il brano del Vangelo di Luca appena proclamato (Lc 10,20). Il passo racconta che i discepoli, di ritorno da una missione, riferivano con entusiasmo di essere riusciti a compiere prodigi e a sottomettere i demoni nel nome di Gesù. Egli, però, aveva frenato quel loro entusiasmo legato al successo e al potere personale, invitandoli all'umiltà e a gioire piuttosto per il dono della grazia e della vita eterna, che vale più di ogni potere terreno o spirituale:
«Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Prendendo spunto da quest'ultimo versetto, il sacerdote propose alla nostra piccola assemblea alcune riflessioni, che cercherò di sintetizzare:
«Noi siamo assetati di Soprannaturale. Questo può essere un sentimento giusto, poiché l'uomo, per disegno divino, tende al trascendente. Tuttavia, dobbiamo stare molto attenti a non fermarci al solo desiderio, alla curiosità, all'emotività o al facile entusiasmo. Tutto ciò potrà essere positivo solo se lo consideriamo come una spinta ad andare oltre, cioè verso la Realtà Divina, verso Cristo, unico mediatore tra Dio e l'uomo.
Ieri sera, a un certo punto, è stata interrotta la recita del Santo Rosario. Era il momento in cui la Regina della Pace, scesa dal Cielo, si stava intrattenendo con i giovani veggenti. In quel silenzio assoluto, quanto avremmo desiderato vedere anche noi la Vergine, sentire la sua voce, poterla toccare! Saperla presente in quel momento ci aveva fatto vivere un'atmosfera irreale, paradisiaca: un'esperienza in ogni caso positiva.
Ora vi propongo una riflessione, che comunque non ci deve mortificare: abbiamo visto la Madonna? No. L'abbiamo sentita? No. L'abbiamo toccata? No. Abbiamo comunque creduto che Lei fosse veramente presente, e questo soltanto sulla base delle testimonianze di quei giovani veggenti, che abbiamo ritenuto sinceri.
C'è un passo del Vangelo (Mt 18,20) in cui Gesù dice: "dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro". Se lo ha detto Gesù significa che è vero, non possiamo dubitare. Gesù non mente.
Allora, ogni volta che ci troviamo in famiglia o in piccoli gruppi a pregare o a parlare di Gesù, abbiamo la consapevolezza che Egli è veramente presente in mezzo a noi?
Tra poco prenderò quest'ostia e questo calice con il vino. Dopo la consacrazione diventeranno il Corpo e il Sangue di Gesù, ed Egli sarà realmente vivo e presente in mezzo a noi. Questa è una verità di fede che non ammette dubbi.
Stiamo provando gli stessi sentimenti, le stesse emozioni di ieri sera? Siamo come degli affamati che non si accorgono di avere davanti a loro una tavola imbandita!».
Queste riflessioni mi toccarono profondamente e avvertii quasi un senso di imbarazzo, tanto che, all'uscita dalla chiesa, dissi subito all'amico Angelo: «Ecco perché la Madonna mi ha chiamato qui: per aprirmi a questa Realtà. Sono venuto affamato di soprannaturale, di qualcosa di speciale, forse anche alla ricerca di emozioni, e non mi sono mai reso conto di avere avuto a disposizione una tavola imbandita ad ogni celebrazione del Sacrificio Eucaristico».
È proprio vero: ero andato a trovare la Mamma e Lei non aveva perso tempo nel portarmi subito da suo Figlio.
Ad Jesum per Mariam! A Gesù tramite Maria! Aveva ragione San Luigi Maria Grignion de Montfort!
CONSIDERAZIONI FINALI.
Il racconto termina volutamente qui. Per raccontare il resto della mia vita in riferimento a Medjugorje, qualora ne fossi capace, non basterebbero decine di pagine.
Medjugorje è sicuramente un luogo di preghiera e di conversione, nel quale vengono elargite numerose grazie spirituali, ma anche materiali.
Questa esperienza rappresentò una svolta fondamentale nella mia vita spirituale. Il tempo che seguì assunse un valore diverso nelle mie scelte quotidiane. Pur nelle difficoltà e nelle ineludibili debolezze umane, la mia fede si rafforzò. Persi quello che viene definito "rispetto umano" e iniziai a difendere senza timore i valori cristiani, mantenendomi sempre ancorato alla Parola di Dio, anche se talvolta, purtroppo, queste certezze non sempre trovarono riscontro nella pratica.
Quando sento qualcuno mettere in guardia dall'eccessiva devozione mariana, come se questa dovesse oscurare la figura di Gesù, provo profonda tristezza. Se la devozione è autentica, com'è pensabile che Gesù si offenda? Al contrario, come afferma il Santo di Montfort, il Figlio gioisce quando si onora sua Madre.
Maria conduce e condurrà sempre a suo Figlio, perché Lei è la strada più sicura e privilegiata.

6 ottobre 1984 - cappellina delle apparizioni: «Siamo come degli affamati che non si accorgono di avere davanti a loro una tavola imbandita!»

6 ottobre 1984. Podbrdo (Collina delle Apparizioni) è il luogo dove iniziarono le apparizioni nel 1981

6 ottobre 1984. P. Slavko Barbaric intrattiene i pellegrini. Alla sinistra, la prima statua della Regina della Pace con le braccia aperte

6 ottobre 1984. Pellegrini in preghiera presso la statua della "Gospa"

7 ottobre 1984. In partenza per il ritorno, con tanta gioia nel cuore...
(Articolo pubblicato il 9 settembre 2026)
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