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di Orazio Zanotto
"Una memorizzazione delle Parole di Gesù, di importanti passi biblici, dei dieci Comandamenti, delle formule di professione di fede, dei testi liturgici, delle preghiere fondamentali, delle nozioni chiave della dottrina... lungi dall'essere contraria alla dignità dei giovani cristiani, o dal costituire un ostacolo al dialogo personale con il Signore, è una reale necessità, come hanno ricordato con vigore i Padri Sinodali.
Bisogna essere realisti! I fiori della fede e della pietà, se così si può dire, non spuntano nelle zone desertiche di una catechesi senza memoria. La cosa essenziale è che questi testi memorizzati siano al tempo stesso interiorizzati, compresi a poco a poco nella loro profondità per diventare sorgente di vita cristiana personale e comunitaria." (Giovanni Paolo II - 16 ottobre 1979).
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Le parole del compianto Papa San Giovanni Paolo II possano convincere i catechisti a non tralasciare il metodo della memorizzazione, almeno per i contenuti fondamentali della nostra Fede Cattolica. Quei princìpi, impressi nella mente dei giovani, rimarranno vivi per tutta la vita e saranno pronti a riemergere al momento debito, diventando una bussola preziosa nelle tempeste dell'esistenza.
Di questo sono fermamente convinto, e posso offrirne testimonianza diretta.
Negli anni '50, quando ero bambino, la Dottrina Cristiana ci veniva insegnata dall'anziano don Piero Filippetto, parroco di Merlengo, la nostra parrocchia.
D'estate, nei pomeriggi afosi di luglio o agosto, questo prete partiva dalla casa canonica in sella alla sua bicicletta. Dopo aver percorso cinque chilometri di strada bianca, raggiungeva l'oratorio campestre di San Rocco, un piccolo borgo al confine nord del paese.
Già prima di arrivare, don Piero iniziava a far squillare il campanello della bici.
A quel richiamo, noi ragazzini della contrada sbucavamo da ogni dove per andare a "samina" (con la "s" sonora di casa): così, nel nostro dialetto, chiamavamo la lezione di catechismo.
Solitamente, a quell'ora, i miei due fratelli ed io eravamo nei campi con nostra madre a estirpare l'erba tra i solchi del mais.
Mia madre ci incitava a lasciare in fretta il lavoro (immaginatevi il nostro dispiacere a interrompere la fatica!) per adempiere al dovere di buoni cristiani. E allora via, correvamo a perdifiato e scalzi verso l'oratorio, fermandoci solo un momento a darci una rinfrescata nel fossato che costeggiava la strada, dato che all'epoca non avevamo l'acquedotto.
All'interno del capitello ci disponevamo con la schiena appoggiata ai muri: i più fortunati sedevano sugli inginocchiatoi dei pochi banchi, tutti gli altri sul pavimento fresco in mattonelle esagonali di terracotta. Il prete stava al centro.
Ancor oggi, quando entro in quel luogo sacro intriso di ricordi, mi par di udire la vociona rimbombante del mio vecchio parroco, caratterizzata dal continuo intercalare: «N'è vero?» (Non è vero?), che usava quasi a cercare conferma che avessimo compreso i suoi insegnamenti.
Il nostro sussidio era il Catechismo di San Pio X. Iniziava con una ventina di domande e risposte: formule semplici, chiare, facili da mandare a memoria. Per me, era un capolavoro di sintesi a misura di bambino.
Alcune risposte mi si impressero nella mente anche per un altro motivo: il povero sacerdote, non riuscendo a portare a termine l'intero programma nei soli sei o sette incontri estivi all'anno, ogni estate ricominciava tutto da capo!
Tra le tante formule, ce n'era una che si è rivelata decisiva per la mia vita.
Negli anni '80 stavo trascorrendo una vita tranquilla: una bella famiglia, una casa tutta nostra costruita con sacrifici, e una carriera professionale soddisfacente, andata oltre ogni mia aspettativa. Eppure, in quel momento di apparente pienezza, il Signore – sono certo sia stato Lui – suscitò nel mio cuore un interrogativo: «Adesso che hai ottenuto ciò che desideravi, e forse anche di più, cosa pensi di fare della tua vita?».
Iniziai a interrogarmi sul senso profondo della mia esistenza. Fu allora che, dal passato, riemerse quella domanda del catechismo:
«Per qual fine Dio ci ha creati?»
«Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell'altra in paradiso».
Da quella risposta fiorì una serie di riflessioni personali sui valori che avevo inseguito fino ad allora. Per farla breve – omettendo le tante bellissime esperienze di fede che ne sono conseguite – posso assicurarvi che da quel momento iniziai a valutare la mia esistenza in un'ottica completamente nuova. Intrapresi un cammino verso l'incontro definitivo con il Signore; un cammino che, pur con le fatiche tipiche di ogni essere umano, dura ancora oggi.
Perché vi racconto questo? Per testimoniare l'importanza di custodire nella memoria i princìpi della fede.
Nel mio caso, una risposta memorizzata trent'anni prima è stata il faro per la mia età adulta, confermando l'intuizione di San Giovanni Paolo II.
Quante volte ho ripensato al vecchio don Piero. Chissà se si sarà mai chiesto se valesse la pena percorrere tutta quella strada polverosa in bicicletta, sotto il sole d'estate, per insegnare i primi rudimenti della fede a noi, piccoli e ignoranti ragazzini di campagna.
Sì, caro don Piero, ne è valsa la pena e gliene sono infinitamente grato!
Cari catechisti, vi invito a non scoraggiarvi mai, anche quando i risultati non sembrano immediati. Ricordatevi: «Non sempre, infatti, chi semina è quello che miete» (Gv 4,37).
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• Mio Dio, perché mi hai creato?
- Ti ho creato per amore, credimi, soltanto per amore. Null'altro desidero da te se non di essere ricambiato.
• Per amarti, cosa devo fare?
- Per amarmi devi prima conoscermi. Puoi farlo impegnandoti nell'istruzione religiosa, studiando la Sacra Scrittura, ascoltando la mia Parola e accostandoti spesso ai Sacramenti, in particolare alla Confessione e all'Eucaristia.
• Cosa hai pensato per me?
- Io ho un progetto per la tua vita. Lo potrai scoprire attraverso i segni che la mia Provvidenza disporrà lungo il tuo cammino, come veri e propri cartelli segnaletici. Questi segni sono i miei Comandamenti, gli insegnamenti della Chiesa, i consigli dei tuoi genitori e dei tuoi educatori, e i buoni esempi di chi ti vive accanto.
• Come posso non sbagliare strada?
- Fa' attenzione alle buone ispirazioni: sono doni dello Spirito che non ti farò mai mancare per aiutarti nelle scelte importanti. Non lasciarti distrarre dalle cose frivole e inutili, altrimenti rischierai di smarrire la via.
• Qual è la meta finale?
- La mèta è il Paradiso. Ti voglio con me, nella gioia dell'eternità!
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Dio ci ha creato per amore, perché Dio è AMORE. Ma cos'è l'amore vero?
• L'amore è conoscenza
• L'amore è donazione incondizionata
• L'amore è servizio
• L'amore è gratuità
• L'amore è unione spirituale profonda con chi si ama.
Come diceva il Catechismo di San Pio X:
• Domanda: Per quale fine Dio ci ha Creato?
• Risposta: Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo poi nell'altra in Paradiso.
Se l'uomo non orienta le proprie risorse, l'ingegno e le scoperte verso questo fine, rischia di allontanarsi dal Creatore, illudendosi di essere autosufficiente.
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Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Riflettiamo su questo mistero grandioso che supera la nostra mente: se siamo fatti a sua immagine, e Lui è Amore, Bontà, Bellezza e Perfezione, allora anche noi siamo chiamati a essere amore, bontà, bellezza e perfezione.
Se guardiamo a noi stessi, però, ci scopriamo fragili e lontani da questa perfezione. Perché? Questa è la conseguenza del peccato originale.
La Bibbia ci racconta che i nostri progenitori, Adamo ed Eva, cedettero alla superbia e alla disobbedienza, volendo fare di testa propria.
Dio aveva affidato loro il compito di custodire e collaborare alla gestione del creato (Gen 1,28), non di sostituirsi a Lui.
Ingannati dal Maligno, usarono male il dono meraviglioso della libertà.
Con quel peccato la somiglianza con Dio fu deturpata: da esseri perfetti divennero imperfetti. Provarono vergogna, si scoprirono "nudi" e non riuscirono più a sostenere la presenza del Creatore. Da quel momento entrarono nel mondo il dolore, la fatica e la morte.
Eppure Dio, che è Padre, non li abbandonò. Nel libro della Genesi (3,21) si legge che fece all'uomo e alla donna delle tuniche di pelli e li vestì, prendendosi cura di loro. E nel corso della storia, nonostante le continue infedeltà dell'umanità, ha spinto il suo amore fino al sacrificio di suo Figlio sulla Croce per riscattarci, donandoci il Battesimo.
Oggi, rigenerati da quel lavacro e fortificati dalle prove della vita, camminiamo guidati dallo Spirito Santo verso la Nuova Gerusalemme, con la promessa che un giorno «saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come Egli è» (1 Gv 3,2).
Il nostro compito è ricambiare questo amore immenso. Come? Gesù ce lo dice chiaramente:
«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,36-39).
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Il segno della Croce non è un rito magico: è l'attestazione che apparteniamo a Cristo, che ci ha riscattati a caro prezzo. Ci fortifica nelle tentazioni e tiene lontano il male. Non dobbiamo mai vergognarci di questo segno di benedizione; tracciandolo con fede, la Trinità accorrerà in nostro aiuto.
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Fra poco, ragazzi, con il Sacramento della Confermazione (Cresima), riceverete l'azione dello Spirito Santo. Diventerete cristiani maturi, chiamati a difendere la fede con le parole e con le opere: autentici testimoni di Cristo.
I sette santi doni dello Spirito Santo vi daranno la forza per resistere alle tentazioni. Una volta si diceva che la Cresima ci rende "soldati di Cristo", pronti anche a dare la vita per la fede.
Forse questa frase vi spaventa: lasciarsi uccidere per la fede? Sì, ragazzi, non dobbiamo scandalizzarci ma guardare la realtà con occhi maturi. La vita terrena è un bene prezioso e unico, ma è limitata nel tempo. La nostra anima, invece, è immortale e la sua salvezza dipende dalla fede che abbiamo ricevuto nel Battesimo. Dalla nostra fedeltà a Dio dipende il nostro destino eterno: la gioia infinita del Paradiso o la drammatica lontananza dell'Inferno.
La storia ci mostra tantissimi cristiani che hanno preferito morire piuttosto che rinnegare Gesù: dai martiri del Colosseo fino ai cristiani perseguitati oggi in Medio Oriente, in Africa o in America Latina. Gesù lo aveva promesso: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20).
Nessuno può affrontare una prova simile con le sole forze umane. È lo Spirito Santo che infonde il coraggio necessario. Sarà Lui, se vivremo in stato di Grazia, a guidarci e a toglierci ogni paura nei momenti difficili.
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Come diceva Sant'Agostino: «Dio, che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te». La Grazia è l'amicizia con Dio, la partecipazione alla sua stessa vita.
• La Grazia Santificante: Si riceve nel Battesimo. È il dono soprannaturale che ci rende figli adottivi di Dio, fratelli di Gesù ed eredi del Paradiso. È come un "filo elettrico" che ci collega all'amore del Padre.
- Quando si perde? Si perde quando commettiamo un peccato mortale.
- Come si riottiene? Attraverso il Sacramento della Riconciliazione (Confessione), che insieme al Battesimo è chiamato "sacramento dei morti" perché risuscita l'anima spiritualmente morta.
• La Grazia Sacramentale: È l'aiuto specifico e il potenziamento spirituale legato a ciascun sacramento che riceviamo.
• Le Grazie Speciali (o Carismi): Sono doni gratuiti (come il dono della profezia, della guarigione, ecc.) dati per il bene della Chiesa. Tra queste ci sono le grazie di stato, che aiutano ciascuno a compiere i doveri legati al proprio stato di vita (es. essere un buon genitore, un buon sacerdote, ecc.).
Per custodire la Grazia dobbiamo fare il bene e fuggire il male.
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I peccati si possono commettere in quattro modi: pensieri, parole, opere e omissioni (quando evitiamo di fare il bene che avremmo potuto fare).
Si dividono in:
• Peccato Mortale: È una disobbedienza grave alla legge di Dio, compiuta con piena avvertenza (consapevolezza) e deliberato consenso (volontà). Spezza totalmente il legame con Dio, toglie la Grazia Santificante e spegne la luce dell'anima.
• Peccato Veniale: È una disobbedienza in una materia meno grave, oppure grave ma commessa senza piena consapevolezza o volontà. Non spezza l'amicizia con Dio, ma indebolisce l'anima e la rende pigra nel fare il bene.
Per capire la differenza tra peccato mortale e veniale, usiamo un esempio semplice.
Immaginiamo un generatore di corrente collegato a una lampadina tramite un circuito elettrico. Il generatore rappresenta l'Amore di Dio (che non smette mai di funzionare), la lampadina rappresenta il battezzato, e il circuito elettrico rappresenta la Grazia Santificante.
• Il peccato mortale è come tagliare di netto il filo elettrico: la lampadina si spegne all'istante e cadiamo nel buio più totale. Brancoliamo nel buio e rischiamo di perderci. Solo la Confessione può riparare il filo e ridarci la luce.
• Il peccato veniale non taglia il filo, ma crea delle dispersioni di energia dovute a scarsa manutenzione (le nostre piccole mancanze, la pigrizia, la mancanza di preghiera). La luce della lampadina si affievolisce, rendendo difficile orientarsi e camminare spediti.
La linea elettrica è formata da due fili: uno positivo che porta la corrente (l'amore di Dio, sempre attivo) e uno di ritorno (la nostra risposta libera). Se manca la nostra risposta, la luce non si accende. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 2002): «La libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell'uomo».
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La ripetizione dei peccati crea il vizio, mentre la ripetizione delle opere buone crea la virtù.
I Vizi Capitali (chiamati così perché sono la sorgente di tutti gli altri peccati) si combattono coltivando le rispettive Virtù:
Vizio Capitale e Virtù Opposta:
1. Superbia > Umiltà
2. Avarizia > Generosità
3. Invidia > Amicizia (Benevolenza)
4. Ira > Pazienza
5. Lussuria > Purezza (Castità)
6. Golosità > Sobrietà (Temperanza)
7. Accidia > (Pigrizia spirituale) Operosità nel bene
(Fine Prima Parte)
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